28 Settembre 2022
News&Eventi

"Di notte alla RSA"

23-02-2022 10:10 - News Generiche
Racconto di Valentina Lazzeri, infermiera di Villa Ciocchetti.
“Le notti sono così lunghe che hai tempo di ricordare tutto, gli avvenimenti più lontani, i dettagli più insignificanti.
È come se con il buio si acuisse l'occhio interiore che abbiamo tutti noi, tra lo sterno e i polmoni; quel nodo che a volte durante il giorno si fa così pesante, così stretto.
La notte si scioglie, si allenta: esce tutto.
E allora i pensieri corrono come cavalli impazziti ovunque, in ogni anfratto della memoria, buttano giù porte, mura, barriere. Ma non fanno male. La notte riesci a vedere nitidamente quello che durante il giorno passa veloce, fugace.
C'è così silenzio durante la notte, che cogli anche il più debole russare, il più sottile bisbiglio: quell'occhio interiore che ora è aperto e scruta dentro di te, proietta all'esterno un sesto senso magico, che ti rende padrone dell'ambiente circostante. Sai cosa succede senza vederlo. Conosci i suoni, gli odori, conosci quel brivido lungo la schiena nel momento in cui registri che qualcosa non va senza ancora esserne pienamente cosciente.
Sei un animale notturno che cammina per i corridoi poco illuminati senza far rumore.
E la notte si allunga, come se quei corridoi potessero non finire mai; dietro l'angolo un altro corridoio, e poi un altro ancora e ancora.
Se stai completamente in silenzio la notte puoi chiudere gli occhi: la ventola del frigorifero in infermeria si confonde con il pulsare del sangue nelle tue orecchie, se ti concentri puoi sentirlo. Sembrano coordinarsi, sembrano intonare uno strano motivetto.
Mezzo secondo, il tempo di battere le palpebre, e uno schiocco ti riporta alla realtà: riconosci subito il movimento dell'ospite nel letto della stanza accanto. Tutto tranquillo.
Di notte puoi passare da un mondo all'altro; di notte il velo tra i pensieri e la realtà è così sottile che se allunghi la mano è come toccare un lenzuolo steso ad asciugare.
Il tessuto è così sottile che dall'altra parte si intuisce la forma.
È notte.
Il profilo della poltrona dove sono seduta si riflette ad intermittenza sulla parete, secondo il ritmo delle lucine colorate che addobbano l'albero di Natale del primo piano.
E così silenziosa che non mi accorgo della signora fino a che non si trova a qualche metro da me, quando colgo un guizzo della camicia da notte di seta azzurrina. Aveva sempre camice da notte di ottima fattura. Se non riconoscessi subito il volto mi basterebbe accarezzare un lembo di quella stoffa. Corinne cammina a piedi nudi lungo il corridoio: l'aureola di capelli bianchi, folti, foltissimi nonostante i novantanove anni. Non l'avevo mai vista camminare quando stava qui.
Malgrado lo stupore non mi spavento nel trovarmi davanti una donna il cui manifesto funebre aveva campeggiato sui cartelli quasi un anno fa.
Perché non fa paura.
È serena, quasi aggraziata: una Corinne che ho conosciuto tanto tempo fa, quando ho iniziato a lavorare alla casa di riposo; prima che si allettasse.
Si sospinge sorreggendosi al corrimano, quasi galleggiasse in una piscina aggrappandosi ai bordi. Sorride, le guance floride. I piedi sono rosei, un po' gonfi certo, d'altronde l'età.
Si. L'età. Ma che vado a pensare? Sto guardando una morta.
La voce è la solita quando mi chiama "bimba", e di colpo mi tornano in mente le caramelle gommose, la borsa rossa di pelle, le camicie floreali, la bottiglietta di succo di frutta. Mi torna in mente quando, quasi centenaria, mangiava in salone con gli altri, senza bisogno di aiuto, e teneva banco a tavola, con una mente così brillante da fare invida agli ospiti più giovani.
Mi ricordo le feste; amava le feste. I dolci, i nastri, la musica.
Ricordo quando il salone, così grande adesso e vuoto, era gremito di gente: operatori, ospiti, parenti. E tutti ci divertivamo. Mi ricordo lo stupore che provai durante la prima festa a cui presi parte: la vivacità di questi anziani, l'umorismo, il brio.
Il divertimento delle operatrici, la loro affabilità con gli ospiti: una grande famiglia.
Il karaoke, i balli, le risate, gli scherzi.
Mi casca una caramella dalla tasca, oltre il bordo della poltrona. Con un sussulto mi accorgo che il corridoio è vuoto.
È mezzanotte. Sono ancora scossa dal flash-back. Chissà perché dalle sabbie della memoria è spuntata la Corinne stanotte.
Mi alzo, raccolgo la caramella; strano non mi ricordo quando l'ho messa in tasca né dove l'ho presa. Una gelatina alla frutta, gusto fragola.
Ancora confusa mi inoltro tra le stanze al buio: riconosco i respiri, i gemiti, gli incubi e i sogni di tutti; non ho bisogni di luce per capire se qualcosa non va. Tutti dormo sereni.
Scendo le scale, mi allungo nel corridoio del piano terra, mi affaccio alle porte. Tutto regolare.
Esco dal reparto, dalle finestre a vetri che illuminano fiocamente il porticato scorgo un movimento nella pece della notte. Mi blocco improvvisamente. Cerco di mettere a fuoco oltre il vetro dove si riflette la mia figura bianca e blu; rivedo un movimento.
Mi si gela il respiro: qualcuno è in giardino.
Resto ferma, protendo solo un braccio verso l'interruttore e il porticato s'illumina della luce grigia e traballante dei neon; in mezzo ci sta Magda, sulla sua carrozza, sepolta sotto gli innumerevoli scialli di lana.
Cammina da seduta. Un ossimoro divertente da esplicare, se non fosse che questa sorta di chiocciola formato vecchina, con carrozzella incorporata, è capace di scomparire alla vista in un battito di ciglia tanto è rapida.
Dev'essere sgattaiolata di sotto mentre facevo la ronda al piano terra; mi ha sentito passare nel corridoio e si è velocemente rivestita ed è passata dall'ascensore grande...eppure non ho sentito il suono della chiamata della cabina. Di notte si sente bene anche da lontano.
A dire il vero avrei giurato che fosse a letto; ho visto l'ammasso di coperte nella penombra scura, ma ho sentito nitido il russare lieve…forse l'ho svegliata mentre appoggiavo la porta della stanza. Non so.
Mi avvicino; comincia a farfugliare parole che escono fuori veloci e aggrovigliate, con quel suo modo che ha di parlare confuso, poco chiaro. Ha fretta di parlare; Magda ha sempre fretta, persino quando ti vuole dire qualcosa, e allora le parole escono a metà, si rincorrono, si uniscono: il risultato è un borbottio sommesso, simile ad una teiera che bolle.
E la teiera di Magda bolle sempre. Magda parla con i fiori, gli animali, le piante. Da sola.
O meglio, noi pensiamo che parli da sola, ma spesso mi sono trovata a chiedermi se non parli realmente con qualcun altro. Qualcuno di così sottile e impalpabile che a noi è impossibile vedere. Ma Magda non è matta, non del tutto diciamo; le sue parole hanno un senso, quello che dice ha un senso. Non è un farfugliare e basta: lei ti sta parlando, semplicemente in modalità accelerata e registrata con un microfono che ha visto tempi migliori.
Per cui quando mi avvicino e mi concentro, dopo averle chiesto perché fosse fuori al buio e al freddo, capisco assai bene quel che mi dice.
Magda non è di buon umore, anzi è molto arrabbiata; scuote il dito indice incessantemente in segno di diniego perché quando è scesa, oggi pomeriggio, per andare alla festa di Natale come tutti gli anni, ha trovato tutto spento e silenzioso.
Ancor peggio, scesa dall'ascensore e voltato l'angolo lungo il corridoio che portava al salone delle feste, ha trovato una porta chiusa e un muro.
La cosa l'ha sconvolta, per un momento mi chiede se siamo sempre a Villa Ciocchetti.
Quella che ormai da tempo immemore considera casa.
Le spiego che il salone adesso è per gli ospiti del centro diurno, che non possono stare con gli altri, per il Covid. Per il virus che sente alla TV.
Si lo sa cos'è il Covid, ma non è convinta...le sembra tutta una follia.
Voleva portare un sacchetto dei suoi cioccolatini a Anacleto, è tanto che non lo rivede e almeno gli auguri di Natale...si adira ancora di più e strattona la ruota della carrozzina per girarsi rabbiosamente verso di me e guardarmi meglio, mentre le sto seduta accanto.
Nemmeno Anacleto può vedere? E perché mai? Se è qui.
Le spiego che Anacleto è al piano terra e lei non può andare da lui né dagli altri, perché lei è del primo piano.
E niente non le va giù questa storia. Continua a ripetermi se sono impazzita, se il piano terra non è sempre di Villa Ciocchetti. Improvvisamente mi guarda preoccupata, timorosa; mi chiede se per caso non abbiamo venduto il piano terra a qualcun'altro con chi ci stava dentro.
Cerco di rassicurarla e alla fine si zittisce; si appoggia allo schienale della carrozzina con un sospiro e mi dice che le feste erano proprio belle.
Ha calato il tono e l'incedere delle parole; parla lenta e con molte pause. Dice che così non le piace più vivere.
Non so come consolarla per la verità; queste feste hanno messo a dura prova tutti, la speranza coltivata nei mesi autunnali è stata cancellata via con una sbianchettata. Non si vede più il sotto ma resta la macchia.
Doveva essere un Natale diverso; la pandemia doveva essere superata.
Invece sembra fare passi indietro.
Mi alzo in silenzio, afferro la carrozzina per accompagnare Magda in stanza ma mi blocca; vuole andare da sola. Lo so che magicamente tutta la sua scaltrezza nel guidare il suo bolide a quattro ruote improvvisamente viene meno, quando si tratta di tornare in camera, perché lentamente, passetto passetto a retromarcia, organizza una "caccia al tesoro" lungo tutto il tragitto, che prevede l'ispezione di ogni anfratto, e se appetibile, lo scippo di qualsiasi cosa capiti a portata di mano.
La farei arrabbiare tantissimo portandola in stanza guidando io la carrozza, e la sua rabbia si ripercuoterebbe su di me con una Magda imprecante, nella sua strana lingua, sulla porta di camera che mi disturba tutto il reparto.
La lascio andare in silenzio.
Sempre in silenzio si ferma a guardare la porta chiusa del diurno e scuote un indice ammonitore.
Un campanello al primo piano.
Faccio le scale di corsa, due a due.
Teresa è tutta scoperta, le coperte le si sono aggrovigliate attorno ad una gamba e sente freddo. La ricopro, le aggiusto meglio il cuscino sotto a testa.
Mi volto meccanicamente verso il letto accanto, per controllare l'altro ospite.
Magda dorme. Profondamente. Con uno scialle intorno alla testa la bocca semiaperta e il braccio in alto appoggiato al cuscino.
Il punto è che Magda non può essere li.
Malgrado la sua velocità è impossibile che sia a letto, in pigiama e che stia dormendo così…dovrebbe trovarsi all'incirca a metà corridoio, mentre arranca camminando all'indietro e scruta dietro le porte o nel carrello della biancheria cosa può sgraffignare.
Esco dalla stanza. Rimango immobile sulla porta. Giro solo la testa guardando lungo il corridoio vuoto.
La sensazione che sta crescendo dentro di me non mi piace: inquietudine…forse un briciolo di paura.
Ripercorro il corridoio, scendo le scale, giro l'angolo: il porticato è sempre illuminato a giorno.
A terra c'è il pettine di plastica rosa di Magda, quello a cui mancano due denti.
Lo raccolgo e me lo metto in tasca. Domani lo darò alle operatrici per rimetterlo in camera sua; se non dovesse trovare più il pettine rosa ci attendono giornate difficili.
Entro dentro, comincio a sentire freddo, forse anche dovuto alla stanchezza. Spengo le luci sotto il porticato e anche io mi soffermo a guardare quella porta bianca incastrata tra le pareti di cartongesso…spuntate così…dal nulla e rapide come il Covid....appunto.
Questi documenti mi stanno uccidendo, mi bruciano gli occhi, e ho perso il conto degli sbadigli. La burocrazia non è un'attività proficua se svolta alle quattro del mattino.
Campanello. Piano terra.
Fausto ha rovesciato l'acqua dal comodino, sta in un groviglio di coperte bagnate. Con tutta l'aplomb di cui è capace un robusto signore con demenza senile avanzata, e il cui presidio assorbente si trova a terra a tre metri dal letto, mi chiede se gentilmente lo posso aiutare.
Fausto è un paziente nuovo, è la seconda notte da noi; disorientarsi è comune.
Mentre cambio biancheria e pigiama mi osserva; segue tutti i miei movimenti, senza rispondere a nessuna delle mie domande sul cosa fosse successo al comodino, al pannolone soprattutto, e se si sente bene.
La scena quella di un alunno muto davanti alla maestra.
Un guizzo all'angolo della bocca mi fa pensare alla scena di un alunno furbetto, più che altro.
Finalmente al termine dell'operazione mi ringrazia, e ci tiene a dirmi anche che non voleva venire inizialmente qui da noi, ma poi alla festa gli è piaciuto l'ambiente.
Le ragazze gli sembrano brave, lo hanno fatto un sacco ridere, quella poi con gli occhiali gli ha pure messo le corne di renna in testa.
Anche da mangiare molto buono, mica pensava tutte queste cose.
Il signore poi in carrozza un fenomeno a cantare, gli piace un sacco. Un altro no, era maleducato e sgarbato e quello meglio che gli sta lontano.
L'albero è bello; pende un pochino di lato e ci son più lucine sul fondo che in cima ma fa niente. Gli piace rosso e oro. Anche il presepe.
Il signore grosso in carrozza che canta ha detto: “l'ho fatto io con la carta pesta”. In quel momento una signora è passata e si è portata via una pecora del presepe, ho provato ad avvisare qualcuno, ma le operatrici mi hanno abbracciato e ci siamo fatti una foto e allora poi mi son dimenticato il presepe in quel momento.
A un certo punto è comparsa mia figlia con mio nipote. E chi se lo immaginava.
Mi hanno portato un regalo, una tuta bella nuova blu. Mi hanno fatto la foto anche loro e quando sono andati via ci siamo messi a sedere a una tavola lunga, tutta apparecchiata di rosso. Mi pareva la tavola dei cenoni che facevo da giovane.
Ascolto a bocca aperta il resoconto della festa di Natale di Fausto, a cui non ha mai partecipato.
Che quest'anno non si è mai tenuta.
Con descrizioni perfettamente riconducibili ad altri ospiti od operatori della Villa.
Mi accorgo che stringo le lenzuola bagnate, ma non mollo la presa per non cadere.
Sto ascoltando un uomo affetto da demenza senile che con fluidità e dettagli descrive una delle nostre feste come se l'avesse vissuta.
Fausto mi sorride, pieno di fiducia.
Afferma che lui a questa festa vuole partecipare.
L'anno prossimo ne è sicuro, riceverà una nuova tuta blu. Per fare la foto con suo nipote.”

Con riferimento al capolavoro di Charles Dickens - Canto di Natale -
E il suo fantasma del Natale Passato, fantasma del Natale Presente e fantasma del Natale Futuro

Realizzazione siti web www.sitoper.it
cookie